ARCHIVIO RENZO ROSSOTTI

Dall’Archivio di Renzo Rossotti La via Bertola di oggi onora in realtà due personaggi, Antonio e Giuseppe Ignazio. Ingegnere architetto il primo, suo collaboratore il secondo, militare, maestro delle fortificazioni del 1725. Antonio, senza figli, aveva adottato Giuseppe Francesco Ignazio Roveda, figlio di Antonia Francesca, che l’architetto aveva sposato in seconde nozze. Questa strada si diparte dal centro cittadino, di via Roma, per giungere fino all’antica piazza San Martino, oggi chiamata piazza Diciotto Dicembre. Via Bertola non presenta particolari problemi di ordine pubblico e di pericolosità, rispetto ad altre strade. Tranquilla, quasi signorile, nel tempo ha avuto, nei suoi tratti, denominazioni come Contrada della Barra di Ferro, dei due Bastoni (o Bastioni), del Gambero (o del Gambaro), de l’Ecrevisse, di San Anselmo e della Doiretta, che si riferiscono all’epoca più antica, al periodo della dominazione francese, e nascono dalla intestazione di un isolato, spesso dedicato ad un santo. Questa strada non era un tempo molto «tranquilla». Le ombre della notte l’affollavano, soprattutto se si andava verso il punto in cui sorse, più tardi, la stazione di Porta Susa. La zona ebbe una nuova sistemazione intorno al 1850. La stazione fu eretta poco dopo sulla piazza già dedicata a Pietro Micca. Dal giugno 1864 l’area assunse la denominazione di piazza San Martino in ricordo della battaglia risorgimentale e corso San Martino fu pure chiamato il tratto che dalla piazza si disparte verso piazza Statuto, il viale munito di portici sui due lati. Andando a ritroso nel tempo, la Porta Susina, da cui presero poi il nome la zona e la stazione, si trovava in realtà ben più arretrata, in via Dora Grossa (oggi via Garibaldi), all’incirca all’altezza di via della Consolata. Si rammenta, nella storia più lontana, una grossa corda sulla quale un guardiano faceva scorrere la chiave, piuttosto pesante, della Porta Nord di Torino. Per dare un’occhiata al passato, in via Garibaldi angolo via della Consolata, una lastra trasparente consente di vedere sotto il selciato qualche frammento delle mura romane e medievali nei pressi dell’antica Porta Susina. La contrada con la stazione di Porta Susa, detta poi della Barra di Ferro, era percorsa, dal tramonto in poi, da gruppi di malviventi che alleggerivano i viandanti dei loro averi. Inoltre c’erano le donnine, in buon numero. Una barriera, appunto una barra di ferro, veniva abbassata per chiudere la strada, delimitare una specie di zona franca, e impedire che dilagassero nel quartiere. Per superare la barriera, le donne della notte ricorrevano a curiosi espedienti. Uno consisteva nel portare lunghe sciarpe che, fatte roteare, andavano a finire con un laccio sugli uomini che transitavano. Tre individui, riconosciuti come componenti della banda del Gambero, vennero pubblicamente fustigati, colpevoli di brigantaggio e di sfruttamento. La banda faceva capo ad un tale poi impiccato al Rondò della Forca. I malviventi avevano i loro punti preferiti per tendere agguati. Si appostavano per preferenza tra via Bastoni e via del Gambero, dove c’era il vecchio teatro delle marionette, il San Martiniano. Là borseggiavano i viandanti approfittando dell’oscurità, e non mancavano giovani teppisti, svelti di mano e di coltello, sfuggenti nella notte e di certo più pericolosi ad affrontarsi delle donnine bloccate al di là della barra di ferro, abili nel perdersi per i vicoli passando da una contrada all’altra, dopo aver strappato una catenella, un orologio oppure rubata una canna da passaggio, se il pomo che fungeva da impugnatura la faceva considerare preziosa, buona da rivendere. Delinquenza spicciola, ma temibile per quei tempi.

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