STORIE

Ceresole Reale, le Alpi del

Sin da metà Ottocento i Reali piemontesi percorrevano per scopi venatori i sentieri battuti di un vero e proprio eden alpino alle porte del Gran Paradiso, primo parco nazionale italiano. Già abitato da popolazioni celtiche, in epoca romana e medioevale il Parco ospitava minatori dediti all’estrazione di piombo, ferro, argento e oro, tanto che alcune iscrizioni latine sono state ritrovate nelle miniere di Bellagarda e Cuccagna.

Ceduta al vescovo di Vercelli da Ottone III nell’XI secolo, l’intera area passò nel XII secolo sotto il controllo della famiglia canavese dei Valperga, che mantenne la sua popolazione in estrema povertà tanto da subirne la ribellione, e infine entrò a far parte dei domini di Casa Savoia. Qui sono passati gli eserciti, qui si annidavano i partigiani protagonisti di una battaglia epica nell’estate del 1944. Qui si è prodotta l’energia elettrica che ha fatto di Torino una città industriale, ha alimentato le linee produttive della FIAT e illuminato i caseggiati dei suoi operai. L’epiteto “Reale” venne riconosciuto a Ceresole grazie alla Casata sabauda: insieme a Venaria, Ceresole Reale è l’unico comune italiano a “vantare” questo titolo.

Dalla metà dell’Ottocento, infatti, i funzionari di Re Vittorio Emanuele II siglarono accordi con le comunità piemontesi e valdostane nell’area del Gran Paradiso affinché si riservasse al sovrano il diritto esclusivo di cacciarvi camosci e stambecchi, che sembravano pressoché estinti dopo secoli di caccia indiscriminata. Fu così che nel 1856 nacque la Riserva Reale di Caccia del Gran Paradiso, successivamente trasformatasi, nel 1922, in Parco Nazionale. Per ricompensare le popolazioni locali, il “Re cacciatore” trasformò quel vasto e impervio territorio facendovi tracciare ai suoi genieri una fitta rete di strade, mulattiere e rifugi che ancora oggi costituiscono la dorsale escursionistica del Parco.

Inoltre, il Re favorì la salvaguardia della popolazione di ungulati, rapaci e marmotte e fece costruire un gran numero di ricoveri – i “casotti” – destinati ad essere utilizzati sia per sé e per i suoi ospiti durante le battute in quota, sia per il corpo di guardie specializzate che vigilavano sui territori di caccia. In estate i giornali del Regno dedicavano ampi resoconti alle battute di caccia di Vittorio Emanuele, rappresentandolo ora come valente cacciatore, ora come generoso benefattore delle genti di montagna.

Quelle cronache sortirono anche due importanti effetti: da un lato, attirare l’attenzione del nascente turismo alpino su quei monti, dall’altro accrescere la conoscenza e lo studio delle montagne, oltre a difenderne l’ambiente naturale. Nel 1863 nasce infatti, proprio a Torino, il Club Alpino Italiano, sotto gli auspici di Quintino Sella, appassionato scalatore e profondo conoscitore delle Alpi piemontesi. La storia proseguì con una tappa fondamentale nel 1922, quando la Riserva reale venne ceduta allo Stato italiano e venne creato l’attuale parco nazionale, con l’intento di preservare la straordinaria bellezza naturale di quest’area a cavallo tra il Piemonte e la Valle d’Aosta, e nel 1931 fu messa in opera l’imponente diga in Valle Orco.

Da allora non è cambiato molto in quest’angolo delle Alpi Graie, ai piedi meridionali del Gran Paradiso (4.061 m), unico Quattromila interamente in territorio italiano. Venite a scoprire i tanti percorsi “del re” con il nostro Safari Alpino, un connubio tra una Montagna dagli scenari bellissimi ed una Fauna preservata nel tempo: un’esperienza rilassante ed entusiasmante al tempo stesso, nell’incantevole cornice del Gran Paradiso.

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