STORIE

La Valsesia è stata per secoli una terra povera di mezzi ma ricca di legno, pietra, acqua e soprattutto della creatività della sua gente, che ha dato vita ad una lunga tradizione di artigianato.

Figlio della tradizione che ha avuto origine nel XV secolo nel cantiere del Sacro Monte di Varallo, l’artigianato artistico valsesiano spazia dalla decorazione degli utensili e delle abitazioni, alla produzione degli scapin, dalle cuffie di Alagna indossate come copricapo dagli uomini della Valle, al prezioso pizzo conosciuto come puncetto valsesiano. Sapienti mani ne custodiscono oggi l’arte e realizzano prodotti che ben rappresentano la cultura moderna del saper fare, dando vita a moltissime piccole-medie imprese artigiane che affondano le loro radici in una sapienza antica.

In Valsesia, accanto ai grandi artisti, ha operato un folto gruppo di falegnami, fabbri, vetrai, scalpellini, stuccatori che hanno saputo tramandare la loro abilità di generazione in generazione, facendo di questa fantasiosa operosità un tratto del carattere valsesiano.

Tra le strette contrade del centro storico di Varallo, tra i manufatti dell’antico artigianato valsesiano, ancora oggi si possono ancora oggi ammirare gli scapin in alcune botteghe artigianali.

Ma cosa sono?

Lo Scapin è una calda pantofola, una calzatura presente dal XIII secolo nella tradizione Walser.

La necessità di dover affrontare le difficoltà di una vita ad alta quota spinse il popolo Walser a progettare una calzatura comoda, resistente e calda attraverso l’utilizzo del materiale povero in loro possesso, quale  indumenti logori e canapa.

Comparsa inizialmente ad Alagna, Rima, Carcoforo, Rimella, Gressoney e Macugnaga, fu l’unico tipo di “scarpa” ad essere indossata su sentieri ed alpeggi, con qualsiasi condizione climatica, per intere generazioni.

Materia prima fondamentale per la sua realizzazione sono i ritagli e gli scarti di stoffa ormai inservibili per l’abbigliamento e la robustissima canapa con cui si intralavano le suole.

Per la realizzazione dello scapin oggi vengono utilizzati materiali più pregiati, quali il panno, il velluto, l’alpaca, il cachemire o tessuti con disegni etnici. Il processo di realizzazione è però rimasto lo stesso, nel pieno rispetto della tradizione, con solo qualche piccola variante “moderna”, come ci racconta Carmen di Scapin Annette, un laboratorio in Frazione Roccapietra a Varallo.

Si comincia con la suola, assemblando vari strati di stoffa pesante, e si traccia la sagoma del piede. Questa fase è chiamata “intralatura”, ovvero una cucitura a mano creata mediante un grosso punteruolo chiamato “lesna”, un ago da materassaio e un filo a due capi, un tempo di canapa e oggi invece di sisal, fibra anch’essa naturale vegetale.

Completato il “riempimento” della sagoma, la suola viene battuta e foderata sul rovescio con altri strati di stoffa, per creare così quello che sarà il sottopiede.

Si procede poi con la tomaia, composta da cashmere, lana e cotone, unica fase di lavorazione eseguita a macchina.

Una volta terminata la cucitura, la tomaia viene assemblata, bordata, attaccata alla suola: lo scapin è pronto per essere calzato!

Venite a scoprire questa e altre tradizioni nel nostro tour La Magia di Varallo e del Sacro Monte!

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