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Siamo soliti presentare Torino ai visitatori che la frequentano come una città “orizzontale” dove i principali edifici del centro storico sorti tra il XVII e il XIX secolo, raramente superano i 4 piani fuori terra; voluta così dalla dinastia Sabauda, interessata a rappresentare l’ordine e la regolarità della propria visione militaresca nell’estensione di un territorio che, pur modesto, adombra nelle sue prospettive lineari e aperte un desiderio di espansione tendente potenzialmente all’infinito.

Risulta allora curioso e interessante scoprire come gli architetti che vi lavorano, si misurino variamente col tema della “SCALA”, nelle sue varianti di gradinata, scalone o semplice connessione strutturale lungo la verticale di un edificio. Alla sommità di una gradinata, viene elevato il Duomo rinascimentale, sopraelevato al di sopra dei resti della vecchia cattedrale, (vera culla della Diocesi torinese) che dorme ancora nei suoi sotterranei; qui la chiesa superiore usa questo elemento architettonico come simbolo della sovrapposizione del “nuovo” alle memorie del passato gelosamente custodite nella chiesa inferiore, anche se molti vogliono che la decisione di realizzare il Duomo alla sommità di una scala avesse una funzione eminentemente pratica nel tentativo di sradicare una volta per tutte la pagana abitudine di portare le bestie, persino i buoi, a benedire in chiesa. Certo è che nel quadro dell’architettura religiosa la Scala è elemento esterno, volta ad elevare oltre il piano di calpestio il tempio, destinato a svolgere la funzione di ponte tra terra e cielo, tra umano e divino.

Ancora, al sommo di una gradinata si erge oltre il Po la sagoma neoclassica della Gran Madre di Dio; qui la funzione è piuttosto quella di allineare la visione prospettica, tra la depressione del territorio in prossimità del fiume e l’altura della zona della porta Decumana (la piazza Castello), un dislivello di ca. 15 m. che viene colmato dalla gradinata del tempio ed allinea a livello aereo il naturale digradare della via di Po e della spianata e di Piazza Vittorio Veneto.

All’interno degli edifici religiosi le scale sono modeste e per lo più devozionali, come la breve gradinata della Scala delle Grazie contenuta all’interno del vestibolo ottocentesco della chiesa di San Lorenzo che la tradizione vuole debba essere percorsa in ginocchio e il cui culmine è il gruppo scultoreo della Pietà di Giuseppe Tamone. Ma la vera ragione per cui le scale di Torino sono interessanti sta nel fatto che i suoi più importanti architetti si misureranno in modo assolutamente originale con questo tema architettonico.

Il primo è Guarino Guarini, Padre Teatino chiamato in Piemonte dai Savoia con il preciso intento di commissionargli l’opera più complessa ed emblematica a cui, dal trasferimento della Sindone a Torino, (1578) si doveva porre mano: la costruzione di una cappella regia atta a contenere la preziosa reliquia; progetto con cui si erano misurati senza successo nella prima metà del ‘600 i principali architetti ducali. Guarino Guarini, matematico, astronomo, mistico e filosofo, a Torino dal 1666, offre la soluzione vincente che ancora oggi si può ammirare alla congiunzione dei due edifici che fanno capo ai due poteri della città: il Palazzo Reale e la Cattedrale.

Ed è proprio per il suo particolare posizionamento a cavallo tra questi che si renderanno necessari due accessi: il primo, quello ufficiale, dal piano nobile di Palazzo Reale; il secondo, quello devozionale, dal livello inferiore coincidente con il Duomo. Per raccordare questi due livelli Guarini progetta due scale convergenti verso l’aula della cappella aventi lo scopo di unire e distinguere al tempo stesso i due edifici religiosi: la chiesa cattedrale e la cappella regia, quest’ultima, concepita come lo scrigno sacro di una reliquia che era la testimonianza tangibile della resurrezione di Cristo.

Tali scale dunque dovevano essere di per sé metafora ascensionale e percorso del fedele verso il mistero della vita eterna. Le due scalinate si ergono ripide e curve dai due fianchi dell’altare maggiore del Duomo mimando questo percorso. Viene prediletto il marmo nero atto a creare un contrasto luministico assoluto con le candide pareti lineari della chiesa rinascimentale, uno stacco netto tra la concezione razionale e terrena del mondo e l’ascesi mistica verso la vita ultraterrena il cui portale inevitabile è la morte.

Un percorso lungo 30 gradini, che giunge al pianerottolo anch’esso circolare oltre il quale gli ultimi 3 gradini (gli anni della predicazione di Cristo) immettono nell’aula della cappella vera e propria. Qui la geometria e il numero sono simboli sacri e non sfugge che la gradinata nel suo complesso rappresenti gli anni della vita terrena di Gesù. Del resto, tutte le proporzioni interne alla cappella celebreranno i multipli del 3.

Ma ciò che rende unico questo sistema di scale è il fatto che i gradini oltre ad esibire una linea curva che non è la sezione di un cerchio, bensì di un’ellissi (le concezioni astronomiche di Guarini allineate con il sapere astronomico del suo tempo inaugurano questa nuova figura geometrica legata all’orbita della terra), sono realizzati con una pendenza invertita, che anziché facilitare il movimento in salita, lo rendono più irto e difficoltoso, mentre osservate dall’alto, o percorse verso il basso comunicano quasi l’idea di un dirupo lungo il quale è facile scivolare

Ancora una volta quindi il tema architettonico è denso di messaggi simbolici.

Credits: la nostra Guida Clarita Image Credit: Francesco Corni 

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